Autismo: come affrontare rigidità e cambiamenti nelle azioni della vita quotidiana. La storia del succo di frutta

Isabella beve succhi di frutta. Le sono sempre piaciuti e, per sviluppare la sua indipendenza, sin dall’inizio abbiamo privilegiato i succhi nelle confezioni monodose in tetrapack, con la cannuccia. Isa aveva imparato abbastanza facilmente ad aprire la cannuccia e inserirla nell’apposito foro per bere il suo succo di frutta. Per anni ha bevuto solo succhi al gusto ACE e solo quelli della Coop. Quando poi le ho insegnato a prepararsi la colazione da sola ho pensato: “Se invece di chiedere a me, Isa fosse in grado di prendersi da sola il succo, io acquisterei un po’ di libertà e lei un po’ di autonomia.”. Per questo motivo ho cominciato a mettere una certa quantità di succhi monodose accanto al contenitore dei biscotti che Isa mangiava al mattino, cosicché lei, arrivando, potesse prendere succo e biscotti e fare colazione in completa autonomia.

E così è andata! Qualche tempo prima avevo provato a inserire altri gusti e, solo dopo molte prove, ero riuscita a farle bere anche il succo alla pesca, alla pera e all’albicocca. Per chi non ha frequentazione con l’autismo, questa cosa potrebbe sembrare un falso traguardo: cosa vuoi che ci sia di così strabiliante nel bere succhi di frutta di gusti diversi? Una persona autistica spesso è legata solo ad alcuni alimenti, non accetta facilmente il cambiamento e il tutto non può essere ricondotto solo a questioni di gusto personale.

In ogni caso avevamo ormai una situazione stabilizzata: Isa beveva il succo in confezioni tetrapack monodose in diversi gusti (pesca, albicocca, pera e ace), prediligeva in modo particolare quelli alla pesca ed era in grado di prenderli dal mobile della dispensa in completa autonomia (quando non ce n’erano più nella dispensa, veniva a chiedermeli). Allora ho pensato che potesse essere il momento di inserire un elemento di novità… che avrebbe aiutato Isabella ad accettare i cambiamenti. Ho detto ad Alberto (che si occupa della spesa) di comprare i succhi in bottiglia, per provare a dare a Isa il succo versato in un bicchiere. Quando Alberto è tornato con il succo in bottiglia da 1 litro, come al solito piena di entusiasmo, ho versato del succo in un bicchiere e, appena Isa è venuta in cucina, l’ho intercettata e le ho detto: ”Isa, ecco qua il succo!”, porgendole il bicchiere. Isa mi ha guardato un po’ perplessa, un po’ interdetta e mi ha detto: “Succo”.

Allora io ho ripetuto: “Isa, questo è il succo. Dai, bevilo, è nel bicchiere.”. Ma Isa ha detto no, per cui ho lasciato stare. Ho pensato di riprovarci la volta dopo. Isa è rigida, non vuole accettare questo cambiamento (d’altronde me lo aspettavo). Ho aspettato l’occasione successiva e quando Isa mi ha chiesto il succo, le ho riproposto quello in bottiglia. Questa volta, però, le ho fatto vedere che lo versavo nel bicchiere e le ho detto: “Isa, è succo, il succo alla pesca!”, ma lei mi ha guardato sempre perplessa, ha detto di nuovo no e ha ripetuto: “Succo!”, come per dire: “Ma non capisci che voglio il succo di frutta?”. Ed è lì che ho avuto un’intuizione. Ho pensato che per Isa il succo in bottiglia, quello che le proponevo nel bicchiere, non corrispondeva al concetto di succo che lei aveva in mente, perché Isa riconosceva rispondente alla parola “succo” solo quello nella confezione monodose in tetrapack.

Non era un problema solo di rigidità o di selettività, ma anche di difficoltà nel rappresentare con la parola “succo” quel liquido colorato al gusto di pesca che io le versavo nel bicchiere. Cambiava tutta la prospettiva. Ho iniziato ad alternare, ogni volta che mi chiedeva il succo, quello in bicchiere a quello in monodose. Ho messo nel mobiletto solo succhi in bottiglia, ho anticipato, a volte, la sua richiesta , ed ho lasciato che per alcuni giorni bevesse solo quelli in monodose, Ogni volta lo ha accettato un po’ di più. E così è diventata una cosa “normale”. Isa prende la bottiglia, riempie fino all’orlo il bicchiere e beve il succo di frutta.